Il manuale della cattiva madre

venerdì 1 settembre 2017
Mi capita spesso di immaginare delle conversazioni che potrebbero accadere, il che, detto così, potrebbe in realtà farmi sembrare persino più pazza di quanto in realtà non sia, ma cerchiamo di non divagare. Dicevo, mi capita spesso di immaginare delle conversazioni, di pensare a quando qualcuno di non ben identificato, in un giorno qualsiasi, ad un'ora non pervenuta, potrebbe dirmi una certa cosa e a come io risponderei. Il più delle volte mi succede quando persone che conosco bene si trovano a raccontarmi di episodi spiacevoli che gli sono accaduti e la principessa guerriera che è in me si risveglia con un ululato di battaglia, pensando a tutti i possibili scenari fatti di sangue e violenza che avrebbero potuto verificarsi "Aaaah, se solo ci fossi stata anch'io, l'avrei picchiato così forte che dopo neanche la madre lo avrebbe riconosciuto". Il che, di nuovo, potrebbe indurre a credere che io giri con un coltello a serramanico nascosto nello zaino, quando in realtà non solo non ho mai picchiato nessuno in vita mia, una volta sono persino stata capace di farmi un'occhio nero dandomi da sola una ginocchiata in faccia. Ma, ripeto, sto divagando.

Insomma, contrariamente a quanto sembra sia accaduto a molti lettori, a me nessuno è mai venuto a chiedere perché compro tutti i libri che compro, se riesco a leggerli proprio tutti o perché ne compro ancora se ne ho altri già da leggere a casa. Lo so, pazzesco, lo penso anch'io. Persino quella santa donna di mia madre, o mio padre che, poverino, è costretto a trasportare tutti gli scatoli e pacchetti che mi vengono spediti fino a casa mia, al secondo piano senza ascensore, se ne lamenta - l'ho anche costretto a ritirare tutte le settimane il mio abbonamento a Topolino in edicola, ma questa è un'altra storia - e davvero, tutto questo silenzioso supporto verso la mia passione mi gratifica ma, dall'altra parte, la drama queen che è in me e che va a braccetto con la principessa guerriera di cui sopra, è sempre affamata e alla ricerca di un po' di drama, appunto. E poi diciamocelo, è un po' come essere l'unica che non conosce il morto a un funerale. Imbarazzante. Così un paio di volte ho provato ad immaginarmi cosa potrei rispondere ad una persona che mi dicesse una cosa del genere, e tra frasi per cui mi sono personalmente data una pacca mentale sulla spalla o altre talmente sardoniche da farmi ricevere i complimenti persino di Regina George, c'era anche quella vera, il motivo reale per cui a volte possono passare anni prima che legga un libro che ho acquistato.

Purtroppo questa ragione non è né figa né filosofica, da nessuno lato dal quale abbia cercato di analizzarla, e nonostante questo ho deciso di dirla lo stesso. Si vede che non c'ho proprio niente da fare, oh. E quindi, la massima del secolo è che, semplicemente, ogni cosa ha il suo tempo. Al Tg annunciano: Capitan Ovvio colpisce ancora e lascia una scia di sangue dietro di sé. Però è vero, ed è quello a cui penso ogni volta che compro un libro. Leggo un libro quando posso sentirlo, quando il momento è quello giusto e mai prima. Mi è successo un paio di volte in passato, sempre troppe per i miei gusti, e ancora adesso mi mangerei le mani per essere stata troppo impaziente ad anticipare la lettura di un libro. Il tempo è temo il peggior nemico di qualsiasi lettore, perché non ce n'è mai abbastanza per leggere tutti i libri che vorremmo, ma soprattutto non ce n'è quasi mai per rileggerne. E così ogni lettore si è ritrovato almeno una volta nella sua vita a dibattersi tra la voglia di storie nuove e quella di immergersi ancora in quelle che abbiamo amato o, come nel mio caso, che abbiamo letto quando eravamo davvero troppo giovani per apprezzarle quanto avremmo potuto. Ci sono storie che ho letto "da grande" e che ho amato, che probabilmente non avrei mai capito se le avessi lette appena cinque o sei anni fa, o storie che ho adorato da ragazzina e che adesso al solo pensiero mi fanno rabbrividire (tipo Twilight, per dirne proprio uno a caso eh), e questo perché ero diversa io, le mie esperienze (inesistenti) di allora sono diverse da quelle di adesso, la mia vita è diversa, la mia morale, il mio senso di giustizia lo sono. Ed è perfetto così, se non fosse che questo pone talvolta noi lettori in una posizione molto scomoda.

E' questa la ragione per cui sono felice di aver letto adesso Il manuale della cattiva madre. Ricordo bene di aver acquistato il libro nel 2012, tramite un ordine particolarmente cospicuo che avevo inoltrato su amazon, ufficialmente in occasione del Natale, ma in realtà perché tanto il 21 Dicembre saremmo comunque schiattati tutti quanti, tanto valeva svuotare pure la wishlist. Quasi mi è dispiaciuto che il pianeta non sia veramente imploso su se stesso dopo, ma a mia discolpa posso dire che all'epoca quella di quest'ultimo acquisto folle mi era sembrata davvero una buona idea e diciamo che nel lungo periodo è qualcosa che comunque mi ha reso felice, anche se mia madre lo era molto meno visto che avrebbe voluto che quei soldi li usassi almeno in parte per comprarmi un cappotto nuovo per l'inverno. Ma come sempre, sto divagando.
Il libro non era proprio in perfette condizioni, un po' sporco e con i bordi leggermente rovinati, ma ho trovato di molto peggio in libreria ad esser sincera e almeno su amazon ti fanno lo sconto. E, così come mi è arrivato, il libro è stato riposto via. Da quel momento è sopravvissuto a tre traslochi e ad una desolante esperienza da recluso, prima che mi decidessi a leggerlo. Non era la mia prima esperienza con Kate Long, tuttavia. Io e lei avevamo già avuto un proficuo incontro qualche anno prima, quando ne avevo più o meno quindici. Il titolo del libro in questione era Come mandar giù la nonna, e Kate era talmente precisa nel descrivere stati d'animo e situazioni che io stessa avevo vissuto, che davvero sembrava conoscere personalmente la mia famiglia. Una volta ho addirittura avuto il sospetto che si trattasse della pettegola che avevo beccato ad origliare dal balcone accanto a quello di mia nonna, ma non c'eravamo né con l'età né con il domicilio temo.

Il manuale della cattiva madre racconta di tre donne, costrette ad una convivenza claustrofobica. Nonna, madre e nipote. Niente di più semplice, niente di più familiare.E niente di più annichilente, almeno per Karen, costretta da una gravidanza inaspettata in adolescenza ad una vita che non avrebbe voluto, con una madre di cui deve costantemente prendersi cura affinché non mandi inavvertitamente a fuoco la casa ed una figlia troppo sveglia e arrogante che sembra odiarla; niente di più mortalmente ingiusto per Charlotte, il cui unico desiderio era scappare da quel covo di matti una volta ottenuto il suo diploma, ma che adesso, con un piccolo mostro che le cresce dentro come in una parodia di Alien, non sa che fare e a cui il solo pensiero di dirlo alla madre fa venire da vomitare, oh se solo la nonna fosse ancora in grado di aiutarla; e niente di più, ma proprio niente, per Nan, che affetta da una forma ormai acuta di demenza senile trascorre le sue giornate persa nei meandri della sua mente, ma con sporadici e inaspettati momenti lungimirante chiarezza. Il tutto sullo sfondo di un piccolo sobborgo inglese della fine degli anni 90.

Quello che mi colpisce davvero delle storie di Kate Long, come ho già detto, è la veridicità di ciò che racconta. Questo ambivalente rapporto di complicità e conflitto che unisce a doppio filo la vita delle tre donne protagoniste, il cui unico problema sta forse nel fatto di non essersi sforzate abbastanza per capire l'altra. La maternità, che prima le divide e poi le unisce. Quella agognata, quella non voluta, quella regalata. Questo bisogno che accomuna tutti, sia figli che genitori, di sentirci voluti. E il senso di colpa e l'odio, verso coloro a cui non riusciamo a dare tutto e da cui pensiamo di non poter ricevere niente. La scrittura di Kate Long non è raffinata, non si serve arzigogolate descrizioni, ma nella sua semplicità è più che efficace nel raccontare la sua storia. Efficace soprattutto nel descrivere in che modo la malattia possa corrodere non solo chi ne è affetto, ma anche chi è sano. Trovarti davanti una persona che di quello che era non ha quasi più nulla, che non ti riconosce, i cui ricordi sono confusi, ma che è ancora capace di ferirti. L'amore da solo non può curare ogni cosa e a volte, non sempre, bisogna essere in grado di accettare i propri limiti e tirarsi indietro, non solo per preservare la propria salute, ma anche per non rovinare il ricordo che si ha di quella persona. E per Karen la madre è diventata un fardello. Non esistono più i ricordi di infanzia, le carezze e i baci che facevano da contorno a quegli attimi di felicità, esistono solo le bollette infilate nel tostapane, l'acqua calda lasciata a scorrere sul pavimento, e il lavoro al mattino e i pomeriggi trascorsi in quella casa che odora di pane stantio, nella quale neanche una misera piantina è in grado di sopravvivere. Del passato di Nan riusciamo a scorgere alcuni momenti, sparsi nell'arco di una vita intera, e qualche flebile pensiero in quei pochi attimi di lucidità che ogni tanto la sua mente le regala. Ed è la stessa Karen a riscoprire quel passato quel passato doloroso, a riscoprire Nan e a ricordare e capire quello che sono state davvero l'una per l'altra. A ricordare cosa significhi essere amati.

Ma è anche un po' il compito di Charlotte quello di riscoprire sua madre, ritrovando anche se stessa. La gravidanza e la maternità rappresentano sì un momento catartico nella vita di Charlotte, ma non nel modo in cui si potrebbe pensare. Per quanto abbia fortemente disprezzato come la scelta di portare a termine la gravidanza e tenersi il bambino sia stata presentata più come se si trattasse di un dispetto alla madre che non di un suo desiderio, mi rendo conto a mente fredda di come in realtà fosse perfettamente coerente con il personaggio. Charlotte non avrebbe mai permesso che quel bambino si sentisse non voluto, come era accaduto a lei. E quando la madre le urla dietro che deve abortire, che non lascerà che anche lei butti via il suo futuro, ha già firmato la sua condanna. Purtroppo, devo dirlo con profondo rammarico, i genitori spesso non si rendono conto dell'impatto potente che certe frasi e certi gesti possono avere su di un bambino, che loro magari non credono capace di comprendere, ma che in realtà assimila da tutto quello che lo circonda e interiorizza. E' così che Charlotte decide di intraprendere questo percorso senza il supporto della madre, ma accettando suo malgrado quello di un compagno di scuola un po' sfigato, dal quale però saprà apprendere molto più di quanto ci si aspetterebbe e con risvolti finali decisamente... sorprendenti. Ma le cose non sono mai come noi le immaginiamo e, per quanto possa essere dura accettarlo per un figlio, un genitore non è esente dal commettere errori. Non so da cosa nasca questa aspettativa che si ha da bambini, come il genitore si tramuti quasi in una figura mitologica, in un dio, e di come possa essere cocente la delusione quando ci rendiamo conto di trovarci dinanzi a un misero essere umano, il cui magnetismo però, nel bene o nel male, non smette mai di esercitare la sua influenza su di noi, a volte portandoci fino ai massimi estremi. E forse l'unico modo che Charlotte aveva per comprendere sua madre era proprio questo, provando sulla sua stessa pelle ciò che lei aveva vissuto.

Una saga familiare che conserva tutto il sapore e gli odori di un'infanzia ormai andata, che si muove con sapienza tra presente e passato, tra gli armadi che puzzavano di naftalina, i vecchi divani dove nessuno aveva il permesso di sedersi, le domeniche e i pranzi che sembravano non finire mai; le Rossana, puntualmente sciolte, nascoste sotto il fondo della borsa; tra i ricordi del latte e caffè che ti preparava tua nonna al mattino presto, quando in cucina c'eravate solo voi due e tutto il resto della casa ancora dormiva; e delle urla, delle frasi a mezza bocca pronunciate in un momento di rabbia da tua madre, perché è solo di quelle che, un po' ingiustamente, ci ricordiamo sempre. Ma la vita, così come l'amore, a nessuno è dato comprenderla fino in fondo. Ma forse, se guardiamo bene, riusciamo a scorgerlo. Un barlume di verità. Ed è proprio lì che risiede, negli occhi degli altri.

Fangirl

sabato 10 settembre 2016
In realtà sono trascorsi mesi da quando ho letto questo libro, ma desideravo così tanto parlarne con qualcuno che chissenefrega.

Ho scoperto Fangirl per caso, tramite un'autrice che seguo su Facebook, e da lì in poi è stato un po' come la tortura della goccia cinese: improvvisamente sembrava che chiunque conoscessi avesse letto ed amato questo libro, e insomma, i presupposti su cui si basa la trama mi sconfinferavano tantissimo - un romanzo la cui protagonista è una fangirl che scrive fanfiction? Come on! -, ma poiché mi ero ripromessa che non avrei acquistato libri fino a Natale, ho fatto la persona adulta e mi sono trattenuta.
Lo so, quasi non ci credo nemmeno io.
Ma quando alla fine è arrivato, in quello splendido pacco di Amazon assieme a tutti gli altri libri e fumetti che non avrei dovuto comprare, è stato il miglior regalo che potessi desiderare.

L'edizione è molto curata: partendo dalla copertina di questo materiale gommoso, passando per la scelta di colori, fino alle illustrazioni di Noelle Stevenson. Per non parlare della rilegatura solidissima e della qualità della carta usata per la stampa. Chissà, magari un giorno anche in Italia smetteranno di stampare i libri sulla carta igienica.
O forse no.


La trama di Fangirl è piuttosto semplice e cercherò di riassumerla in breve.

Cath ha diciott'anni e un grosso problema a socializzare. Non che abbia mai avuto bisogno di preoccuparsene, ma quando la sua gemella Wren, con la quale ha sempre condiviso ogni cosa, le annuncia che al college non vivranno neanche nello stesso dormitorio, la crisi è dietro l'angolo. Per Wren il college è l'occasione giusta per affermare la sua individualità dalla sorella e vivere la vita da giovane adulta che ha sempre voluto; per Cath la prospettiva di dividere la camera con un estraneo, invece, è quanto di più simile alla descrizione dell'inferno ci possa essere. Non le resta che rifugiarsi nelle sue fanfiction e nel mondo di Simon Snow, lontano dalla sua scontrosa compagna di stanza, dal suo invadente migliore amico e dalla costante preoccupazione del padre ora solo a casa...

A primo acchito può sembrare banale, e di certo l'idea non è tra le più originali, ma c'è così tanto da scoprire su questi personaggi nello scorrere delle pagine, che alla fine ti ritrovi a chiudere il romanzo con un senso di nostalgia, quasi stessi dicendo addio ad un caro amico. E che li si ami o li si odi, dai personaggi di Rainbow Rowell non si può che rimanere in qualche modo colpiti. Trovo che la Rowell possieda una qualità non comune tra gli autori di YA nel tratteggiare caratteri che sembrino veri, e non le solite macchiette create con gli stampini del supermercato. Cath è sì disagiata come molte protagoniste di YA, ma il suo disagio ha un'origine sensata, i suoi comportamenti sono coerenti e per quanto io stessa a volte avrei voluto darle una scrollata perché si svegliasse un po', i motivi che l'hanno condotta ad essere così, come vengono poi articolati nel corso del romanzo, sono plausibili. Come anche i comportamenti della sorella Wren, per quanto io non l'abbia molto apprezzata come personaggio, sono scatenati da una causa seria, da un senso di inadeguatezza che affonda le sue radici nelle vicende che ruotano attorno alla loro famiglia. E nella ricostruzione di queste dinamiche il padre gioca certamente un ruolo fondamentale: una figura genitoriale tutt'altro che perfetta, tormentata, quasi un'ombra che incombe sulla vita delle ragazze, ma capace al tempo stesso di trarre forza da questa sua fragilità e di incanalarla nel grande amore che nutre nei confronti delle figlie.

Abbandonata quindi dalla sorella, Cath si ritrova suo malgrado ad interagire con alcuni interessanti personaggi. Fra tutti Reagan, la sua compagna di stanza, e Levi, il suo migliore amico.

Credo che non sarò mai abbastanza grata a Rainbow Rowell per avermi risparmiato lo strazio di leggere dell'ennesimo triangolo amoroso o dell'antagonista stronza che cerca in tutti i modi di rovinare la vita sentimentale della protagonista. Quello tra Reagan e Levi, infatti, è un rapporto che va oltre le mere turbe adolescenziali. E' un rapporto che si è fatto strada tra i fallimenti e i rimpianti, maturando in un legame vero e adulto. Reagan, così scontrosa e cinica, non potrebbe essere più diversa da Levi, ma sarà proprio questa sua diversità a rivelarsi cruciale, tramutandola nell'anello di congiunzione senza il quale nulla potrebbe funzionare.
E Levi.
Oh, Levi.
Probabilmente il mio personaggio preferito dell'intero romanzo, un protagonista maschile che non è il solito bamboccio degli YA "sono bello, sono snello, sono il principe del castello", e che non viene descritto come un dispensatore di cultura spiccia e di frasi da baci perugina. Levi si presenta come un ragazzo normale, piuttosto intelligente ma non supponente, Il tipo di persona che si fa' notare non per il suo aspetto, ma piuttosto per la sua solarità, per la maniera propositiva in cui si pone nei confronti della vita, completamente all'opposto rispetto a Cath. Non che questo lo esimi dal fare cazzate, perché non è così, ma insomma, sarebbe strano il contrario. Quella di Levi è quindi una figura creata per essere un'influenza positiva nella vita di Cath, ma un essere umano come ogni altro, con le sue peculiarità, le sue manie, i suoi bisogni, e che non è poi così diverso da qualsiasi altra persona che potrei incontrare per caso nel corso della mia esistenza.

Fangirl non è un inno all'essere socially awkward, come alcuni hanno sostenuto, ma piuttosto al potere salvifico dell'immaginazione. Cath e Wren sono appena due bambine quando Simon Snow and the Mage's Heir viene pubblicato, segnando la scalata di Gemma T. Leslie verso l'olimpo degli autori per ragazzi più popolari della storia. Il protagonista di questa saga, Simon, è un orfano di 11 anni che, dopo aver accidentalmente scoperto di possedere dei poteri, viene iniziato ai segreti della magia in una prestigiosa scuola per streghe e maghi, ignaro di quale grande destino lo attenda.
Devo davvero dire cosa mi ricordi?
Da quel che mi risulta, suppongo per evitare problemi di copyright, Rainbow Rowell non ha mai né confermato né smentito che la storia di Simon Snow si basasse su Harry Potter, ma la somiglianza è talmente palese che bisognerebbe avere i prosciutti sugli occhi per non accorgersene. Cath, come molti della mia generazione ed io prima di tutti, è cresciuta nel mito di una saga che l'ha accompagnata per tutta la sua infanzia e che è diventata il porto sicuro nel quale trovare rifugio nei suoi momenti più bui. Ma come spesso accade, arriva un momento in cui le mura del mondo creato dalla Leslie iniziano a soffocare Cath ed il conforto ricavato da quelle pagine non è più sufficiente. Ed è lì che giungono in suo soccorso le fanfiction.
Non so come spiegarlo, perché credo che se non si è stati personalmente coinvolti nel fenomeno non lo si possa comprendere a pieno, ma c'è qualcosa di galvanizzante nel leggere e scrivere fanfiction, una sensazione che ti accompagna nella scoperta di mille modi diversi di vedere quello stesso universo che fino ad un attimo prima credevi di conoscere così bene e che ti sorprendono, ti ammaliano, ti catturano. So che la sola parola "fanfiction" potrebbe far storcere il naso a molti, ma questo accade perché purtroppo, negli ultimi tempi, il termine è stato spesso associato a qualcosa di infima qualità, di basso intrattenimento, e non nego che a volte sia anche quello, ma da questo punto di vista le fanfiction non sono poi così dissimili da qualsiasi altro tipo di libro. Nella mia vita, mi è capitato di leggere fanfiction non solo ben scritte, ma che a volte risultavano addirittura superiori all'opera originale. Ho visto autori spendersi come non mai nel creare una trama avvincente e dedicarsi alle loro storie molto più di coloro che sono pagati per farlo. Ho letto fanfiction veramente brutte, ma alcune meravigliose, in cui la prosa era quasi una poesia. Cath per prima si trova a dover combattere contro i pregiudizi di chi non comprende, ma credo che la Rowell, nel ritratto della sua protagonista, abbia voluto restituire quello di un disagio generazionale, il disagio di coloro che, troppo spaventati dal mondo, non trovano il coraggio per affrontarlo.
E con questo non intendo spacciarlo per una ricerca sociologica, ma anche un libro all'apparenza leggero può a suo modo insegnarci qualcosa di grande. Ed è proprio Cath, con i suoi errori e la voglia di ricominciare, a dircelo. Non va bene rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere.

Insomma, leggere Fangirl si è rivelato davvero un bel viaggio. Con la sua prosa scorrevole e i personaggi vivi, Rainbow Rowell non è solo stata capace di intrattenermi per qualche ora, ma anche di regalarmi un pezzettino di me stessa. Forse non sarà il libro per tutti, mai nessuno lo è, ma credo che questo sia un romanzo capace di sorprendere il lettore pronto a dargli una possibilità e che, proprio come un diamante grezzo, nasconda più di quanto non ci è dato vedere alla vista. Una lettura che voglio consigliare e di cui, ne sono certa, conserverò il ricordo a lungo.





Ricominciare

venerdì 2 settembre 2016
Ho aperto il mio primo blog intorno ai 12 anni. Era il tempo del boom di msn ed il blog era uno di quelli che aprivi come collegamento al tuo account, con una grafica talmente pacchiana che ancora adesso mi vengono i brividi. Non ricordo bene cosa ci scrivessi: probabilmente testi di canzoni e deliri emo di una pre-adolescente, ma il meccanismo mi affascinava e per questo continuai a scriverci.
Meno di due anni dopo scoprii Splinder. Non so esattamente come ne venni a conoscenza, ma quel sito sì che mi piaceva. Fu lì che capii cosa fosse un template e diedi per la prima volta al mio blog una grafica decente - trovata for free su internet, naturalmente. Era sui toni del giallo ocra e del nero, perché sì, ero ancora nel mio periodo pseudo-emo in cui qualsiasi cosa fosse mia doveva essere colorata almeno un po' di nero, altrimenti no. Mi piaceva anche il fatto che Splinder possedesse una specie di bacheca sulla qualche venivano riportati gli aggiornamenti in tempo reale di tutti i blog presenti sulla sua piattaforma, così era molto più facile scovare di tanto in tanto persone nuove da seguire. Io per prima ne seguivo diversi, ma due tra tutti mi sono rimasti impressi: Diario di una Squillo e Nonsolomamma. Entrambi si sono trasferiti qui su blogger alla chiusura di Splinder, ma mentre Nonsolomamma è ancora in attività, Diario di una Squillo - che si è poi trasformato in Diario di una ex Squillo Rosa Shocking - ha abbandonato il blog ormai da parecchi anni.
Ancor più di quelli che discutevano di libri o cinema, erano questi blog/diari a tenermi incollata allo schermo. Le storie di vita vissuta, piene dei suoi alti e bassi, della loro buona dose quotidiana di amarezza come di risate, Ovviamente anch'io tenevo una specie di diario, ma per fortuna dal 31 Gennaio 2012 non esiste più alcuna traccia sul web di quello che ho scritto - grazie Splinder, grazie Grande Demone Celeste! - e per me va benissimo così.
Alla notizia della prossima chiusura di Splinder, quindi, si presentò il grave problema di trovare una nuova piattaforma sulla quale creare un blog e porre così fine delle turbe passate. Nella mia ignoranza decisi di prendere la prima che mi capitasse sotto mano e che sembrasse più facile da usare. Inutile aggiungere che questa fu la piattaforma di Blogger.
Ma cosa scriverci?
A diciotto anni suonati il tempo delle mele, se mai ce n'era stato uno, si era per me concluso da tempo. E lì arrivò l'idea di continuare quello che avevo già iniziato su Splinder, non limitandomi però a parlare a vanvera dei film che andavo a vedere al cinema, ma ampliando la chiacchiera inutile ai libri e ai fumetti che mi piaceva leggere. Non che mi aspettassi che qualcuno mi leggesse - non me lo aspetto neanche ora, quasi il mio fosse un lungo e mistico soliloquio sull'abisso del nulla -, ma mi faceva stare bene, e fottesega quanti altri blog fatti meglio ci fossero là fuori.
E poi cos'è successo?
Cose.
Non entrerò nei particolari, perché non è questo il luogo giusto per parlarne, ma fatto sta che anche quelle volte in cui avevo il tempo materiale per mettermi davanti ad una tastiera e scrivere, non avevo mai voglia di farlo. E che senso ha fare una cosa che dovrebbe darci piacere solo per costrizione. Mi mancava la capacità di esprimermi come avrei voluto, e questo mi frustrava. La mia vita in continuo mutamento non mi concedeva il tempo per respirare e capirmi. Non che adesso sia diverso, ma credo di essere giunta ad accettarlo e a ricavarne un equilibrio. E' stato necessario del tempo, e tante di quelle cazzate fatte nel corso degli anni e che se potessi tornare indietro non rifarei, ma le ho fatte e non posso farci più niente. Posso cercare di riparare, per quello che mi è concesso, e andare avanti da questo momento in poi con almeno una consapevolezza in più.
Quindi perché tutto questo discorso infinito?
Semplicemente, mi piacerebbe ricominciare a scrivere. Non come facevo prima, ma in una versione che sia più mia e con i tempi che mi sarà possibile dedicarci. Ho diverse idee in mente ed ho già iniziato ad applicarle rimodernando la grafica del blog - mi piace tantissimo questa che ho adesso!
Chissà se qualcuno lo leggerà o sarà solo un altro discorso gettato al vento - so che il post precedente qualcuno lo ha letto, e devo ammettere che questo pensiero un po' mi imbarazza, ma non è una brutta sensazione. Vorrei solo che chiunque leggesse qualcosa scritto da me, non debba mai rimpiangere i minuti spesi per farlo.

Aspettando il treno

giovedì 1 settembre 2016
Un giorno come un altro. Mi alzo ancora stanca, gli arti pesanti e intorpiditi, strofinandomi gli occhi con entrambe le mani. Ci metto qualche secondo a sedermi, e qualcuno in più a cercare gli occhiali e ad indossarli. Rabbrividisco al lieve alito di vento che entra dalla finestra della mia stanza, perché all'aria fresca del mattino non riesco ad abituarmi.
Le mie azioni sono automatiche, mi muovo senza neanche aver bisogno di pensare, cullandomi in quello stato di stordimento che mi accompagna ogni volta e nel quale mi piace crogiolarmi ancora un po' prima di dover uscire di casa. Sembra passato appena un attimo quando mi ritrovo sulla porta, accovacciata ad allacciarmi le scarpe, le stringhe sempre troppo corte - chissà perché hanno deciso di farle così. Scendo le scale, il rimbombo dei passi che risuona nell'atrio deserto, e sto bene attenta a non finire nei liquidi disgustosi che i miei vicini si lasciano dietro quando alla sera gettano la spazzatura. Penso che quando li incontrerò glielo farò notare, ma alla fine non lo faccio mai.

Il tragitto in automobile fino alla stazione è breve, non mi concede neanche il tempo di chiudere appena gli occhi che mio padre già mi sta scuotendo, intimandomi di far presto che è già tardi. Non è un tipo che prende la puntualità alla leggera, mio padre. Sin da quando ero bambina, non ha fatto altro che ripetermi quanto fosse importante e quanto questa buona abitudine mi avrebbe aiutato una volta cresciuta, nel mondo del lavoro. Inutile dire che io non sono mai riuscita ad arrivare in orario un solo giorno della mia vita.
Un giorno come un altro.
No, non è vero.
Oggi è diverso.
Oggi è un giorno speciale.

Sento la macchina ingranare alle mie spalle, mentre mi incammino osservando la strada quasi deserta. Davanti alla stazione si trova un piccolo spiazzale, contornato da qualche vecchia panchina di legno ormai marcio. Spesso ci vedo i ragazzi seduti dopo l'uscita da scuola, a fumare o semplicemente a chiacchierare. Io non mi ci sono mai seduta. Non ho mai assaporato quel senso di cameratismo che unisce i compagni di classe nell'affrontare lo stesso, insopportabile tormento ogni nuovo anno. Di tanto in tanto sono riuscita a trovare qualche persona che mi fosse abbastanza affine da stringerci amicizia, ma neanche loro erano di quelli che si siedono sulle panchine sporche a fumare e lamentarsi di come fosse odioso il professor tal dei tali. Un paio di volte ho anche provato a sedermici per i fatti miei, ma dopo qualche occhiata e bisbiglio ridacchiato ho dovuto semplicemente arrendermi.
Ma non oggi.
Oggi mi ci siedo, allungo le mani verso lo zaino e afferro il cellulare. Sciogliere il groviglio delle cuffie è sempre una gran seccatura, ma quando anche questa è fatta e il sole inizia finalmente a intravedersi oltre i tetti dei palazzi, sospiro contenta e sorrido a me stessa.
Poi mi alzo, perché non voglio far tardi.
Il treno sta per arrivare, ed oggi è l'unico giorno dell'anno in cui non voglio perderlo.

L'ambiente all'interno della stazione è desolato, maleodorante. A quest'ora gli sportelli per l'acquisto dei biglietti sono ancora chiusi, ma io ho il mio abbonamento nascosto nella tasca dei pantaloni e non me ne preoccupo. Supero il tabellone degli orari e la panchina sulla quale qualcuno sembra aver passato la notte, ed esco sui binari. Sulla banchina vedo solo alcune persone, la maggior parte sole, alcune aggregate in piccoli gruppi. La stazione è piccola, appena quattro binari per un paesello a qualche chilometro dalla città. Ci passano solo regionali e intecity, un treno ad alta velocità non sanno neanche come è fatto.
Eppure, se allungo abbastanza lo sguardo, posso vederli. Lo spazio ed il tempo espandersi dinanzi a me, creare marciapiedi e placche di metallo dal nulla, ed i binari 9 e 10 che prendono forma.
Poi all'improvviso sono lì ed io non so che fare.
Ma non dura a lungo prima che mi insulti a bassa voce e mi ci diriga a passo spedito, pronta a passarci attraverso. Perché il treno che stavo aspettando è proprio lì.

Gli istanti successivi sono avvolti dalla nebbia. Prima mi trovavo in una solitaria stazione di provincia, mentre ora sono su una banchina affollata, circondata da una calca la cui eccitazione è talmente palpabile da contagiare persino me. Non vista, mi faccio strada attraverso quel mare di persone con spinte quasi carezzevoli. Ma dopo appena qualche passo sono costretta a fermarmi, sopraffatta da un peso che mi schiaccia il petto. Mi appiattisco contro una parete, scivolando verso il basso e sedendomi sul pavimento di pietra. E per la prima volta mi chiedo, cosa accadrebbe se prendessi davvero quel treno?
Frustrata, mi passo una mano tra i capelli che non pettino da anni e sbuffo, picchiando la testa sul muro. Le persone continuano a camminare, parlare, spostare grossi bauli e altri suppellettili, e non si accorgono di me. Ma non è colpa loro, mi dico, perché sono io che non voglio essere vista.
Un raggio di sole mi acceca e chiudo gli occhi, per poi riaprirli dinanzi alla figura maestosa di una locomotiva ricoperta di scintillante lacca nera e rossa. Lascio lì lo zaino e mi avvicino con passo traballante, allungo una mano e tocco la superficie liscia e perfetta della carrozza. Il fumo della locomotiva mi nasconde, almeno finché un'improvvisa folata di vento non lo spazza via ed eccola che la vedo, una ragazzina di non più di nove o dieci anni, i capelli rossi e gli occhi marroni, che mi osserva con una aria troppo intelligente, incuriosita dal mio aspetto così fuori dall'ordinario in quello sfoggio caleidoscopico di colori sgargianti. Le sorrido e lei ricambia, complice di un segreto che ormai è solo nostro. Poi si gira, una donna dai ricci scuri le fa' cenno e lei le corre incontro, abbracciandola. Sta per allontanarsi, quando all'improvviso si ferma e, scostandosi dalla madre, si volta e mi saluta.
Non faccio in tempo a muovermi, però, che lei è già sparita.
A presto, ha detto.
Forse, mi dico.
Forse fra un anno, forse fra venti o cinquant'anni prenderò questo treno.
Ma non oggi.
Oggi è un giorno speciale, perché oggi, decido, lascerò che gli altri mi vedano.
Oggi è la mia vita ed è giusto così.
E poi sono di nuovo lì, seduta su quella panchina davanti alla stazione, col cellulare in una mano e le cuffie nell'altra. La voce monotona dell'altoparlante annuncia un treno in partenza ed io rido. Sì, rido, Perché quello che è appena partito è il mio treno ed io sono di nuovo in ritardo.
Ma non importa.
Aspetterò un altro treno e lascerò che mi conduca lontano, in luoghi sconosciuti pieni di promesse.
Promesse, come quella di una ragazzina incontrata per caso alla stazione.
Magari il prossimo anno, mi dico, e so che quel giorno sarà ancora lì ad aspettarmi.

Febbre da Drama (Parte Tre - Ultima!)

giovedì 23 luglio 2015
Hello My Teacher
Hello my teacher (a.k.a. Biscuit Teacher and Star Candy) è un drama del 2005, andato in onda sulla SBS dal 13 Aprile al 2 Giugno per un totale di 16 episodi. Tra i volti noti troviamo Gong Yoo (già visto in Coffee Prince), Gong Hyo Jin, Kim Da Hyun, Choi Yeo Jin.

Na Bo Ri (Gong Hyo Jin) è una donna di venticinque anni, appena laureata, che desidera disperatamente di essere assunta come insegnante nel liceo che ha frequentato lei stessa e dal quale, per uno spiacevole incidente, venne espulsa. Non è soltanto un bisogno di rivalsa a spingerla verso questo impiego, ma anche il desiderio di poter rivedere il suo vecchio insegnante di arte del quale era ed è ancora innamorata. Purtroppo, il colloquio non si svolgerà affatto come lei avrebbe sperato, ma proprio quando ogni speranza sembrerebbe essere andata persa, a Bo Ri viene concessa una possibilità. La direttrice dell'istituto, infatti, complice anche la fama (assolutamente infondata) di ex teppista della ragazza, le propone un accordo: se sarà in grado di occuparsi di Park Tae In (Gong Yoo), il suo figliastro, e tenerlo in riga, la assumerà come docente. Na Bo Ri ovviamente accetta all'istante, nell'illusione di trovarsi dinanzi ad un incarico semplice, ma le cose si riveleranno ben diverse e Tae In è un ragazzo che non ha alcuna intenzione di lasciarsi comandare dalla sua famiglia...

Una commedia scanzonata, soprattutto nella prima parte, e con un Gong Yoo adorabile nel suo ruolo. Hello My Teacher è un drama davvero carino, adatto a chiunque voglia trascorrere del tempo in modo piacevole e senza troppo impegno, pur tuttavia non volendo rinunciare a qualche interessante spunto di riflessione. Sì, perché sotto la sua aria leggera, si nascondono in realtà molte critiche al sistema scolastico coreano, il quale, in maniera analoga a quello giapponese, ha questa terribile tendenza di alienare gli studenti, considerandoli alla pari di macchine il cui solo scopo è quello di apprendere, senza preoccuparsi dei disagi che questi possono vivere, del malessere che tutto lo stress dovuto al carico di studio e alle responsabilità di cui la famiglia fa' loro carico possono comportare e che spesso sono la causa dei mostruosi episodi di bullismo di cui purtroppo entrambi i paesi hanno fama. Ovviamente, si tratta pur sempre di una commedia, come ho già detto, quindi non aspettatevi che questi argomenti vengano approfonditi troppo, ma resta comunque ammirevole che almeno si sia compiuto un piccolo sforzo per portarli alla luce, in considerazione del fatto che il drama è anche un po' datato.
Se vi aspettate qualcosa di inaspettato e sconvolgente, allora questo drama non fa' per voi: qui potrete infatti trovare tutti i cliché tipici di questo genere: dalla famiglia di "lui" che ostacola il rapporto d'amore con "lei", passando per la rivale stronza, fino ai malintesi che allontaneranno la nostra coppia di eroi. Riuscirà l'amore a vincere anche stavolta?
Uhm, dovrete essere voi stessi a scoprirlo.
Gli attori sono tutti ben calati nel proprio ruolo - ho già accennato a quanto sia adorabile Gong Yoo? -, molto in sintonia tra di loro, peccato che per i gusti di qualcuno la parte finale di questo drama potrebbe scadere un po' nel melenso e nel melodrammatico, però insomma, sono coreani: se non ci ficcano dentro un po' di angst, non sono contenti!
Per quel che riguarda questi prodotti televisivi, ho trovato la regia quasi sempre standard, senza nulla di buono o cattivo da segnalare. Qui, purtroppo, potreste notare qualche piccolo errore - come, ad esempio, la presenza del microfono all'interno dell'inquadratura in alcune scene - che potrebbe farvi storcere il naso, ma a cui, alla fin fine, potete passar sopra.
In conclusione, drama consigliato a chiunque passare un po' di tempo in piacevole compagnia, ma senza troppe aspettative.

 Scent of a Woman
Drama del 2011 in 16 episodi, trasmesso dalla rete SBS dal 23 Luglio all'11 Settembre. Nel cast troviamo Kim Sun Ah, Lee Dong Wook, Um Ki Joon e Seo Hyo Rim (già vista in Sungkyunkwan Scandal).

Lee Yeon Jae (Kim Sun Ah) è una donna sulla trentina, sigle, bistrattata sul lavoro e nella vita privata. Finché un giorno non le viene diagnosticato un cancro terminale e la sua vita cambia in modi inaspettati.

Un po' breve come trama, ma credo che in questo caso sia meglio lasciare a voi il compito di scoprire il resto.
Il punto focale di questo drama, oltre ovviamente alle lacrime - perché con una premessa del genere chevelodicoafare -, è il cambiamento, la presa di coscienza della protagonista nei confronti delle possibilità della vita. Ed è questo il percorso che seguiranno anche tutti gli altri personaggi, schiavi di uno schema prestabilito che, un po' per le circostanze e un po' per desiderio personale, saranno inevitabilmente costretti a rompere.
Non è un capolavoro, bisogna dirlo: è un drama nella media, recitato mediamente bene, con una storia assolutamente non originale ma orchestrata con coscienza. E tuttavia, non si può neanche negare che questa storia porti un bel messaggio, molto positivo per chiunque lo guardi. Personalmente mi ha toccato molto e ispirato a prendere dalla vita quello che può darmi adesso, a non rimandare al domani quel che posso fare oggi, perché domani potrebbe non arrivare mai. Ad amare con tutto il mio cuore, a ridere a crepapelle, a mangiare quello di cui ho voglia quando ne ho voglia, semplicemente a vivere, nel senso più autentico del termine.
Consigliato, quindi, per tutti questi motivi, ma statene alla larga se il melodramma non riuscite proprio ad apprezzarlo.


The painter of the wind
Drama storico del 2008, trasmesso dalla rete SBS dal 24 Sttembre al 4 Dicembre. Tra gli attori Moon Geun Young, Park Shin Yang, Ryu Seung Ryong, Moon Chae Won.

La vicenda è ambientata durante il regno di re Jeong Jo, XXII sovrano della dinastia Joseon. Anno 1776, Shin Yun Bok è un giovane studente del Dohwaseo, l'Accademia dei pittori. Il suo talento viene notato da un famoso artista, Kim Hong Do, membro anziano del Dohwaseo, al quale ha fatto ritorno dopo lungo tempo per esplicito ordine del sovrano. Molte cose, infatti, si stanno muovendo all'interno del palazzo reale, tutte riconducibili alla morte del padre del re, il principe Sado, e all'omicidio che aveva avuto come vittime due pittori di corte, avvenuto ben dieci anni prima.
Ma in che modo i due avvenimenti sono legati?
E quale sarà il ruolo che Shin Yun Bok ricoprirà in questa vicenda?

Un drama estremamente interessante, con un intreccio narrativo complesso che mescola l'arte ad un periodo storico-politico molto particolare e che può risultare un po' ostico da comprendere per chi non ha un minimo di familiarità con la storia di queste regioni, ma che non per questo motivo smette di esercitare il suo fascino sugli spettatori. Ad essere onesti, conosco poco o nulla dell'arte orientale: qualche quadro tra i più famosi e niente altro. Impariamo presto che anche la pittura, come praticamente tutto a quel tempo, gravitava inevitabilmente attorno alla figura del re: dopotutto, i più esperti si ricorderanno di certo come, per le civiltà dell'Asia orientale, la figura dell'imperatore rappresentasse il fulcro di ogni cosa, non solo della vita politica, a tal punto da essere considerato alla stregua di una divinità e che in quanto tale poteva all'apparenza ogni cosa. Dico all'apparenza, perché in realtà erano molti gli intrighi a discapito del sovrano, da parte dei suoi ministri, dei consiglieri e degli eunuchi di corte.
In questo caso, l'intrigo di cui si interessa la nostra storia, è quello che ha visto cadere vittima il padre del re, il principe Sado, e che ne ha causato la morte. Ma il re Jeong Jo non è l'unico figlio alla ricerca della verità sulla scomparsa di suo padre: anche Shin Yun Bok è, infatti, un orfano, o meglio, un'orfana. Sì, perché in realtà Shin Yun Bok è una donna, cresciuta come un uomo dallo zio che non voleva sprecare il suo immenso talento artistico - non si tratta di spoiler: è un dettaglio che scopriamo quasi immediatamente - e per questo schiava di una vita a metà: mai libera di essere una donna, ma neanche di poter essere veramente un uomo.
Sono due i rapporti di amore che Shin Yun Bok vive, uno dei quali davvero coraggioso da rappresentare in un paese come la Corea del Sud, ancora troppo retrogrado su alcuni diritti umani fondamentali. Molto poetico, anche nell'esprimere questa doppia natura del personaggio attraverso la sua arte, così particolare e diversa dalla nostra, ma non per questo meno di impatto. Ed è un drama che si mantiene davvero bene, almeno fino all'ultima parte, quando anche l'arte perde di importanza dinanzi alle ingiustizie della vita.
E' una visione che consiglio di cuore, per quanto, appunto, il finale non mi abbia pienamente soddisfatto: grazie allo splendido affresco che viene fatto dell'epoca e dell'arte, dei personaggi molto ben caratterizzati e della delicatezza che sono riusciti ad adoperare per raccontare di relazioni, rapporti assolutamente non convenzionali per il periodo e che mi hanno profondamente colpita.

Insomma, questi erano i miei pareri sui drama visti fino ad ora. Ne ho un altro in visione al momento, ma potrebbe volerci un po' a terminarlo visto il gran numero di puntate e tutti i miei impegni - non solo ludici. Ad ogni modo, spero che almeno uno di questi consigli possa avervi fatto scoprire qualcosa di nuovo e a cui magari non avreste altrimenti dato una possibilità: fatemi sapere qualora ne vedeste uno, sarei davvero curiosa di conoscere il vostro giudizio.

Buona Visione!

March Story

mercoledì 29 aprile 2015
March Story è un manga degli autori coreani Kim Hyung Min(storia) e Yang Kyung Il(disegni). Yang Kyung Il già conosciuto in Italia, come disegnatore, per le opere Blade of the Phantom Master: Shin Angyo Onshi e Defence Devil.
In Giappone il Manga è stato edito dal 19 Dicembre 2008 dalla Shogakukan, che l'ha serializzato sulla rivista Sunday GX Comics, rilasciandone successivamente un volume all'anno, fino al 19 Aprile 2013.
In Italia, il manga è stato pubblicato dalla Planet Manga(a.k.a. Panini Comics) dal 17 Febbraio 2011 fino al 7 Novembre 2013.

L'ambientazione è palesemente ispirata all'Europa del XVIII secolo, con tuttavia diverse license narrative ed un accento decisamente gotico. Viene narrata la storia di March, giovane Ciste Vihad, ovvero cacciatore di creature demoniache chiamate Ill. Gli Ill non sono altro che entità sovrannaturali nate da sentimenti umani e che dimorano in oggetti rari e antichi. Un Ill è capace di manifestarsi solo nel caso in cui si trovi dinanzi ad un essere umano dominato da un sentimento tanto potente da risvegliarlo e che viene inevitabilmente attratto dall'oggetto nel quale esso si cela. L'Ill allora possiede l'individuo, conducendolo generalmente a commettere crimini atroci, per infine divorargli il cuore.
Il compito dei Ciste Vihad è, appunto, scovare queste creature e ucciderle, nel caso in cui esse si siano già impadronite di un corpo umano, o distruggere gli oggetti nei quali si nascondono. March non fa' eccezione, se non per l'anomala capacità di poter esorcizzare questa presenza da un corpo, nel caso in cui esso non si sia ancora macchiato del crimine di omicidio.
Assistiamo così allo svolgersi delle sue avventure, aiutata da vari personaggi quali Jake, una presunta indovina; Rodin, il proprietario di un negozio di antiquariato; e Velma, Ciste Vihad col terribile potere di causare allucinazioni nelle sue vittime.
Eppure non tutto è come sembra, perché dietro ogni Ill si cela la dolorosa storia della sua creazione e di ciò che l'ha spinto verso il corpo di cui è ospite.
E March?
Quale sarà la sua storia?

March Story è un manga difficile da raccontare. Una storia che parla di rimpianti, perdita, sofferenza, odio; ma anche di amore e speranza. Se vi è capitato di prendere tra le mani un volumetto di questo manga e, dopo aver dato una veloce occhiata alla copertina, pensare si trattasse di qualche stupidaggine gotica per ragazzini... vi siete assolutamente sbagliati.
In principio, la narrazione segue un ritmo sconnesso, attraverso una serie di episodi auto-conclusivi che hanno come filo conduttore la caccia agli Ill, ma aprendo di tanto in tanto qualche finestra sul passato della protagonista. Così veniamo a conoscenza del segreto più oscuro di March, di ciò che l'ha condotta a diventare un Ciste Vihad e dell'orrenda maledizione che grava sulle sue spalle.
La varie vicende che ci vengono presentate sono tutte animate da forti sentimenti, seppur diversissimi tra loro. Probabilmente si potrebbe pensare che alcune di esse siano state appositamente create per commuovere il lettore, ma a dispetto di quanto mi è accaduto in altre occasioni, stavolta non ho trovato la faccenda forzata né mi sono sentita infastidita. Anzi, posso affermare con sicurezza di aver apprezzato tantissimo ognuna di queste storie, alcune più di altre.
Anche i personaggi che fanno da comprimari a March sono stati tratteggiati con un certo spessore, contrariamente a quanto ho letto in una recensione che invece non li riteneva tali. Credo che gli autori abbiano fatto un lavoro egregio, se si tiene conto della complessità della storia e del fatto che essa viene spalmata in appena cinque volumi. Ognuno di questi individui cela un motivo profondo che l'ha portato ad addentrarsi in questo mondo di ombre ed in particolare Jake nasconde il passato più sorprendente, oltre ad essere a mio modestissimo parere il personaggio meglio riuscito di tutta la serie - e che io ho amato anche più della protagonista.

Il manga è un seinen, il che significa che in patria è stato pubblicato su una rivista indirizzata in linea di massima ad un pubblico maschile adulto. Detto ciò, io ritengo sia perfettamente fruibile da chiunque, anche se forse non lo consiglierei ai più giovani che magari potrebbero mancare di notare le delicate sfumature tratteggiate dall'autore all'interno della narrazione. Piccola nota di demerito, da imputare esclusivamente al target, è la presenza di alcune scene di fan-service, non troppe per fortuna, che in un paio di occasione appaiono buttate lì così, senza un motivo apparente. Ma tutto sommato è un particolare sul quale si può facilmente glissare.
Il disegno è semplicemente sublime: quasi perfetto nelle proporzioni, ricco di sfumature, di neri e grigi, chiaro anche nelle scene più sanguinose ed in quelle d'azione. La cura per i particolari è eccellente, una vera gioia per gli occhi, ed è probabilmente a questo che si deve la lunga dilazione della pubblicazione in Giappone, della quale sarei completamente felice se portasse sempre a simili risultati - peccato non sia così!
Le espressioni dei personaggi, rese con cura dall'autore, trasmettono perfettamente ogni loro stato d'animo al lettore. Ed a volte non si ha bisogno di molto altro, non di parole, di fronte ad un urlo sordo di dolore o ad un pianto di somma gioia.
March Story è un racconto per lettori maturi: cupo, cattivo, a tratti disperato. Capace di mostrarci probabilmente il lato peggiore della natura umana, i suoi desideri più puri come quelli perversi. Ed è appunto il desiderio ciò che spinge un'anima verso un'altra, ciò che ci fa' agitare e allo stesso tempo ci immobilizza: il desiderio di avere, il desiderio di amare e di essere amati, il desiderio di essere felici. Semplicemente, il desiderio di essere. Tuttavia, come la vita spesso ci insegna, nulla viene dato in maniera disinteressata e a volte il prezzo da pagare per quel che vogliamo è semplicemente troppo alto per poter essere saldato.
E March sarà disposta a pagare il prezzo che il suo più grande desiderio richiede?
Una lettura assolutamente consigliata, che vi catturerà fino all'ultima pagina e di più - non perdete la piccola illustrazione sul retro della copertina del quinto volume, vi troverete una piccola quanto gradita aggiunta al finale. Ma attenzione allo splatter!

Buona Lettura!

Il Valzer lento delle Tartarughe

domenica 19 aprile 2015
Il Valzer lento delle Tartarughe (Le Valse lente des Tortues) è un romanzo della scrittrice francese Katherine Pancol. Pubblicato per la prima volta nel Febbraio 2008 dalle edizioni Albin Michel, in Italia è stato edito nel 2011 dalla Dalai Editore. E' il seguito de Gli occhi gialli dei coccodrilli.

N.B. Come credo sia inevitabile, la recensione conterrà numerosi spoiler riguardo al prequel. Dunque vi sconsiglio di continuare nel caso abbiate intenzione di leggere il titolo in questione, che vi consiglio caldamente. Lettore avvisato, mezzo salvato.

La trama del romanzo è ambientata all'incirca qualche mese dopo la conclusione di quello precedente: Joséphine, oramai padrona della sua vita e dei diritti del suo romanzo, si è trasferita sotto pressione della figlia Hortense in un nuovo appartamento, in una zona lussuosa di Parigi. Quest'ultima frequenta una prestigiosa scuola di moda a Londra, ambendo a diventare un astro nascente, destreggiandosi tra lezioni, pericolose compagne di appartamento e lunghe passeggiate al parco assieme al suo amico di sempre, Gary. Anche Gary, infatti, assieme alla madre Shirley, ha deciso di fare ritorno nella capitale anglosassone, sotto la pressione di una parente alla quale non si può certo dire di no e che ha bene in mente quale vorrebbe che fosse il destino del ragazzo, del quale lui sembra tutt'altro che soddisfatto. Dall'altro lato della città troviamo anche Philippe, struggente d'amore nei confronti di Jo, la quale però sembra ancora restia ad ascoltare il richiamo del suo cuore.
A Parigi troviamo atmosfere ugualmente tese: Marcel e Josiane che sembrano aver finalmente trovato la loro felicità, assieme alla nascita del tanto desiderato erede Junior, e non sospettano affatto cosa li attende dietro l'angolo e quale atroce vendetta la vecchia Henriette stia architettando per loro. Poi troviamo Iris, rinchiusa in un istituto non bene identificato per la cura della depressione, che se dal principio parrebbe aver perso qualunque interesse nei confronti del suo destino, dopo una lieve scossa da parte della madre ha bene in mente quale debba essere il suo futuro. E infine, estranee nella loro stessa casa, troviamo Jo e Zoé, madre e figlia alle prese con un nuovo e conflittuale rapporto, con le incomprensioni dovute alla crescita, agli amori e le paure nei confronti di eventi forse troppo importanti da poter affrontare.

Una trama lunghissima, ma non avrei saputo riassumerla ulteriormente visto il gran numero di personaggi presenti in questo romanzo, alcuni dei quali ho addirittura omesso.
Come già accennato, la vicenda si snoda stavolta tra le strade di due diverse città, Londra e la ritrovata Parigi, le cui ombre e luci le rendono ai nostri occhi più simili di quanto non potrebbero sembrare a quelli di un osservatore meno attento. La scrittrice spalanca una finestra sulle vite dei suoi personaggi, dei quali affronta le incertezze, i cambiamenti, le difficoltà. Riconfermo l'impressione che avevo avuto col primo romanzo, ovvero che Katherine Pancol sia molto abile nel tratteggiare la psiche dei vari protagonisti, anche se ammetto che a volte l'eccessiva introspezione possa risultare un po' pesante. Capita non di rado, infatti, che ci si perda nei pensieri di qualcuno senza che però la trama faccia passi avanti. In più, alcune scelte narrative mi hanno lasciata alquanto perplessa, soprattutto quella che riguarda il figlio di Josiane e Marcel, Junior: del bambino sono sicura volesse farne una figura un po' comica calcando la mano sulle sue incredibili capacità, ma la spiegazione che da' di queste ultime appare quantomeno forzata. Tuttavia, mi riservo di formulare un'opinione più precisa dopo la lettura dell'ultimo volume di questa trilogia, essendo decisamente esiguo lo spazio che viene riservato a questo passaggio all'interno del volume.
Parlando di Marcel e Josiane, invece, per quanto anche il loro intreccio possa sembrare poco credibile e forzato, ha almeno lo scopo di mostrarci al meglio il lento declino di Henriette, l'orribile ex moglie di Marcel. Un individuo disturbante e disturbato, preda al principio di un delirio di onnipotenza, poi vittima consenziente dei suoi istinti più bassi.
Ho rivalutato molto il personaggio di Hortense in questo romanzo, che avevo praticamente detestato nel precedente, anche se molti dei suoi comportamenti non riuscirò mai a capirli fino in fondo, posso comunque comprendere il sentimento che li ha scatenati. Inizia ad essere approfondito il suo rapporto con Gary, personaggio che in sé non mi ha lasciato molto, e che credo sarà il fulcro dell'ultimo volume di questa trilogia. Speriamo in bene.
Nota di demerito per la quasi totale assenza di Shirley, la madre di Gary che tanto mi era piaciuta ne Gli occhi gialli dei coccodrilli, e che qui appare sì e no in un paio di occasioni, giusto per ricordarci della sua esistenza. A discolpa dell'autrice, posso almeno dire che preferisco questi cameo ad una forzatura di trama come ho avvertito, per esempio, quella di Marcel e Josiane. Sempre dispensatrice di buoni consigli, sarei curiosa di saperne di più sul misterioso padre di Gary, del quale questa donna così forte sembra quasi avere timore - non tanto perché possa nuocerle in senso fisico, quanto più emotivo e psichico.
Sempre a Londra troviamo Philippe, che in generale ritengo il mio personaggio preferito in assoluto sin dall'inizio di questa storia, il cui sviluppo è stato sicuramente uno dei più coerenti, se non il più coerente, ed anche realista, se si tiene conto del fatto che alcune volte la Pancol tende a delineare intrecci narrativi ai limiti dell'assurdo - ma cerchiamo di non ripeterci. Lui è lì, che si strugge di passione per Joséphine, e tu vorresti prenderla a calci nelle gengive per il modo in cui lei invece continua a cincischiare, a causa delle figlie e della sorella. Avevo sperato di trovare una Jo, se non proprio sicura di se, almeno un po' più consapevole. Ecco, proprio no.
Non torniamo agli abissi di disperazione del primo romanzo, ma quello di Joséphine si rivela comunque un lento e tortuoso percorso alla scoperta di se stessa e delle proprie capacità, che, anche se piuttosto lento, tutto sommato resta abbastanza in linea col personaggio. Oltretutto, diversi eventi andranno a scuotere nel profondo l'animo di Jo: il rapporto conflittuale che si instaura con la figlia Zoé, che pure avrei preso a calci nelle gengive (anche se forse un po' la giustifico), gli omicidi che sembrano stringere un cerchio soffocante intorno a lei ed i crescenti sentimenti nei confronti di Philippe. Come una piccola tartaruga, la vediamo lentamente arrancare tra le difficoltà della vita, ma finalmente decisa a ricamarsi un posto tutto per se all'interno di questo mondo e nel cuore delle persone che ama. Contrariamente alla Jo del primo libro, infatti, quella de Il Valzer lento delle Tartarughe è una donna che non vuole più permettere a nessuno di schiacciarla e approfittarsi della sua buona fede - mi torna alla mente una frase del recente film Disney Cenerentola, che dovrebbe recitare all'incirca "sii gentile e abbi coraggio". Credo che questa frase calzi a pennello per descrivere Joséphine.
Questa descrizione non può tuttavia adattarsi anche a sua sorella, Iris, la quale compie un'involuzione impressionante e che la condurrà alle estreme conseguenze. Non l'ho molto apprezzata, perché non riesco a sopportare che una persona, una donna, si risolva solo in ciò che gli altri riescono a fare di lei, in ciò che gli uomini riescono a fare di lei. Ciò che angustia Iris per tutta la storia è, infatti, la ricerca di un uomo che l'aiuti a ritornare quella che era prima che tutta la faccenda del romanzo di Jo avesse inizio. Ed ovviamente, da femminista qual sono non posso fare a meno di trovare assolutamente inaccettabile un simile atteggiamento, anche se la trovo terribilmente verosimile.
A conclusione di queste infinite considerazioni sui personaggi, posso dire che, in generale, il romanzo si tiene su un buon livello, anche se almeno di una spanna al di sotto del precedente. Il giallo che la Pancol costruisce per fare in parte da collante alle storie dei personaggi, non è reso male, anche se, personalmente, ho intuito la soluzione già nel primo terzo della storia. Di nuovo, trovo che la scrittrice sia molto brava nel tracciare i vari profili psicologici ed anche in questo caso non si rivela affatto da meno. A primo acchito avevo forse trovato la spiegazione del tutto un po' troppo, come dire, semplicista, ma alla fine dei conti penso che tutto sia stato il frutto di un ragionamento ben ponderato e spaventosamente vicino al reale. Consiglio la lettura a coloro che hanno molto apprezzato Gli occhi gialli dei coccodrilli, anche se potreste non desiderare affatto di proseguire con la lettura, poiché il finale di quest'ultimo è decisamente soddisfacente - aperto, ma soddisfacente. Io avevo un motivo particolare per procedere nella lettura - troppo da fangirl per avere il coraggio di dichiararlo -, ma, col senno di poi, non sono sicura che senza questo motivo avrei continuato con la lettura, per quanto, come già detto, l'abbia trovata molto piacevole. Attenderò di leggere Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il Lunedì per esprimere un parere più completo.

Buona Lettura!